Consapevolezza ADHD e salute mentale
A cura di Pompeo Matta
L’ADHD nel DSM-5 viene descritto come disturbo, disturbo da deficit di attenzione, iperattività e impulsività, può essere predominante la prima caratteristica, le altre due o essere combinato. Si usano i termini lieve, grave e moderato in base a quanto le caratteristiche rendono la vita quotidiana complessa.
Per avere una diagnosi devono essere presenti un certo numero di caratteristiche che rendano la vita, in un mondo a misura delle persone neurotipiche, più complicata.
Quando una persona ADHD è presa in carico da un’equipe medica, si ritrova a convivere con psicoterapia, strategie comportamentali, e spesso con farmaci come il metilfenidato o l’atomoxetina.
All’interno di una società che non prevede le persone ADHD e che le sovrastimola cognitivamente, emotivamente e sensorialmente, le stesse possono sviluppare caratteristiche e patologie invalidanti come depressione, scarsa autostima, disregolazione emotiva, burnout, difficoltà relazionali e lavorative, crisi al rifiuto, vivere meltdown (esplosione emotiva), shutdown (implosione emotiva) e paralisi ADHD.
Essendo ottobre il mese dell’ADHD ma anche della salute mentale, possiamo affermare senza ombra di dubbio che, ancora nel 2025, la nostra società, le persone e le istituzioni che la incarnano, presenta molti pregiudizi verso chi ha una diagnosi psichiatrica. In particolare moltissime persone ADHD vengono accusate di maleducazione, pigrizia, immaturità, disorganizzazione, oppure non viene riconosciuta ma delegittimata la loro condizione (la nostra condizione), soprattutto se si è donne o appartenenti alla comunità LGBTQIAPK+.
Sempre più persone vengono diagnosticate da adulte e continuano a non essere comprese. Continuano a mancare i servizi accessibili e le figure realmente esperte nello specifico. Gli ambienti di lavoro non sono quasi mai preparati ad accogliere le nostre caratteristiche e tutto ciò aumenta il malessere ed il rischio di crolli mentali, fisici ed emotivi.
I Disability Studies sono un campo accademico che studia la disabilità o, meglio, la disabilitazione\disabilizzazione da un punto di vista sociale, politico e culturale e non da un punto di vista medico.
Bisogna partire da questa visione per creare identità e consapevolezza, non demonizzando la lente medica, ma senza lasciarle tutto lo spazio di potere; è utile, fondamentale per catalogare e modificare caratteristiche e situazioni invalidanti, ma è altrettanto fondamentale la lente sociale per creare agency e per dare voce alle persone coinvolte in prima persona, in modo che possano cambiare la realtà e i contesti, per poter convivere assieme.
La disabilità non deve essere più vista come mancanza: nel caso specifico l’ADHD non deve essere etichettato come patologia neurologica da curare, alleviare, normalizzare, ma le menti ADHD devono essere protagoniste nei contesti sociali, politici e culturali, valorizzate e non medicalizzate, co-progettando questo nostro mondo con tutte le persone, quindi con tutti i tipi di cervelli. Bisogna cambiare il modo in cui il mondo ci guarda, la lente sociale serve per guardare le persone come tali.
Ad oggi la società tende a voler normalizzare chi considera diverso dalla norma (concetto che serve per dominare, infatti la normalità è un concetto moderno e costruito per comandare) attraverso etichette come disturbi, patologie, disabilità; attua un controllo sociale, sessuale, emotivo e politico sulle persone, in questo caso ADHD. Di conseguenza la lente medica viene usata come strumento di controllo su ciò che viene ritenuto disturbante le norme costruite ad hoc per omologare le persone e sottometterle al potere.
Da persone ADHD dobbiamo rifiutarci di vestire un’identità che ci viene imposta dalla società e costruirla noi, con i nostri linguaggi, i nostri sentiti. La diagnosi non deve essere un marchio che diventa identità imposta: come relazionarci con il mondo, come vivere il mondo che ci offre situazioni sia semplici che complesse, lo decidiamo noi! Non solo ad ottobre! Sempre!



